Testo a cura di Angelo Cecchinato
Scritto a corredo di un intervento dello stesso nell’ambito del progetto di conoscenza-esplorazione del tratto di Lungargine Terranegra che ha coinvolto una classe terza del liceo classico Marchesi di Padova tra ottobre 2023 e il 3 febbraio 2024
PREMESSA
CENNI SUL SISTEMA DI CANALI DI PADOVA
Jacopo Filiasi esperto, tra l’altro, di fisica, idraulica meteorologia, disse che “indovinare il corso dei fiumi nel padovano è quasi come voler spiegare i geroglifici”.
L’ingegnere Gustavo Bucchia, nipote di Pietro Paleocapa, definì i corsi d’acqua della città un intricato labirinto di canali.
E’ quindi necessaria una breve premessa che richiede una minima conoscenza del territorio e dei luoghi che stanno intorno alla città: Levico, Caldonazzo, Valsugana, Bassano del Grappa, Limena, Noventa Padovana, Stra, Sottomarina, Venezia e la Laguna Veneta, Val D’Astico, Dueville (VI), Vicenza e fuori delle mura di Padova: Voltabrusegana, Bassanello, Battaglia Terme, Voltabarozzo, Terranegra, San Gregorio. All’interno della città: Specola, Porte Contarine, Riviera Ponte dei Romani, Via Santa Sofia, Basilica del Santo, Bastione San Massimo.
Padova è spesso chiamata “Città d’acque” perché percorsa da fiumi e canali artificiali. E’ un bel modo di definire questo luogo che si colloca in una ricca zona pianeggiante, non lontano dalle montagne, così vicino a Venezia che è cresciuta sulle acque della laguna veneta.
Sin dall’antichità questo territorio era percorso da due fiumi: il Bacchiglione e la Brenta [1] Secondo gli studiosi quest’ultimo, prima del 589 d.c., transitava anche per Padova. Quell’anno venne registrata una grande alluvione [2] che spostò il corso principale più a nord.
La Brenta nasce in Trentino dai laghi di Levico e di Caldonazzo. E’ loro emissario. Attualmente attraversa la Val Sugana, passa per Bassano, scende in Provincia di Padova, a nord della città, tocca il comune di Limena, e sfocia, dopo 175 chilometri, in località Brondolo di Chioggia.
In città entra invece il Bacchiglione che nasce dalle risorgive di Dueville, a nord-est di Vicenza a circa 10 km dalla città, e dalle acque delle montagne della Val d’Astico.
Questo fiume attraversa Vicenza e arriva a Padova al Bassanello, un’antica frazione della città che stava appena fuori le mura cinquecentesche. Da qui si dipartono le strade che portano a Bologna (Strada Adriatica) e a Conselve (Conselvana). Prima del 1200 il fiume entrava in città, percorreva l’attuale via Goito, Riviera Paleocapa, Riviera San Benedetto, Riviera Albertino Mussato, Via Antonio Tolomei, Ponte Mulino e nei pressi di questo manufatto faceva una grande ansa che portava le acque verso sud e poi, con una contro ansa, in direzione est come si può vedere dalle mappe qui sotto.

(da Zampieri 1994, pag 41)
Come accennato il territorio padovano e la città subivano frequenti e disastrose alluvioni. Inoltre il Bacchiglione in certi momenti dell’anno non portava molta acqua. I vicentini, che non avevano buoni rapporti con i padovani, sottraevano a monte acqua al fiume aumentando così i periodi critici.
Non è difficile comprendere il valore dell’acqua per i molteplici usi che ne fanno gli abitanti della città per la salute e l’igiene, ma anche come forza motrice per far girare le ruote idrauliche dei mulini (ritrecine) per il funzionamento dei magli, per il sollevamento dell’acqua e per la navigazione per il trasporto di persone e merci.
Per superare le criticità a cui si è accennato e migliorare l’economia della città si pensò, già in epoca medievale, di trovare delle soluzioni idrauliche per alleggerire il flusso del fiume che entrava nel centro abitato nei periodi di piena e per aumentare la quantità dell’acqua del Bacchiglione nei momenti in cui c’era carenza.
Questi due grandi corsi d’acqua sono stati collegati tra loro da due canali artificiali: il Canale Piovego, che fu completato nel 1209 e il Canale Brentella che è stato realizzato intorno al 1314.
Con il primo sono state sottratte acque dal Bacchiglione alle Porte Contarine e fatte affluire nella Brenta a Stra. Il Canale Brentella si stacca, invece, dal Brenta a Limena e si congiunge col Bacchiglione davanti al “Centro Canottieri” a Voltabrusegana.
Tra il 1189 ed il 1201 i Padovani scavarono il Canale di Battaglia, che partiva dal Bassanello e portava acqua nelle città di Monselice ed Este. Il manufatto permise di ottimizzare la bonifica del territorio circostante e, per secoli, fu una fondamentale via commerciale per collegare i Colli Euganei a Padova e Venezia per il trasporto delle merci e della trachite estratta nella zona.

(da WikWiz, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons)
Al Bassanello il Bacchiglione entra nella città sul lato ovest, direzione nord, col nome di Tronco Comune, il primo tratto, e Tronco Maestro, il secondo. Questo ramo che costeggia le mura ad ovest si congiunge con il Piovego alle Porte Contarine.
Dal Tronco Comune dal Tronco Maestro furono scavati altri canali, soprattutto per il funzionamento dei mulini e per la navigazione interna alla città. Sono stati, infatti, realizzati l’Alicorno, il Canale Acquette, il Canale delle Albere o di Santa Chiara.
Il Canale Alicorno è il primo canale che si incontra entrando in città da sud. Si vede con difficoltà perché è stato tombinato. Rasenta le mura del Bastione Alicorno fino al Bastione santa Croce. Sottopassa le mura, percorre sotterraneo via 58° Fanteria (tra il vecchio stadio Appiani e la Caserma Salomone), alimenta il prato della Valle, passa vicino alla Basilica del Santo, arriva a Pontecorvo, attraversa il Parco Treves, rasenta la parte sud dell’Ospedale Vecchio Giustinianeo, raggiunge il Bastione San Massimo e da qui esce per immettere le sue acque nel Canale Roncajette il cui alveo appartiene all’antico corso del Bacchiglione.

(da unalberoalgiorno.blog)
Il tratto del canale che passa accanto all’Ospedale Giustinianeo, ora tombinato, si chiamava Canale dei Gesuiti.
Dal Tronco Maestro, nei pressi della Specola, quindi più a nord dell’incile dell’Alicorno, inizia il corso del Canale dell’Olmo o delle Acquette scavato nel 1218 su richiesta dei monaci del monastero di S. Maria in Vanzo, sull’alveo di un canale precedente (fossatum antiquum) (XI secolo). Esso scorre lungo l’attuale via Dimesse e via Acquette ed arriva al Ponte delle Torricelle (Via Roma), nei pressi della Questura di Padova. Qui si divide in due originando:
– il Canale Santa Chiara che scende verso il Santo;
– il Naviglio Interno – secondo ramo che sale verso nord e versa le sue acque nel Piovego alle Porte Contarine.
Questo canale, con le Acquette, forma il Naviglio Interno [3] tombinato negli anni ’50 del 1900. Le tubature passano sotto lungo l’asse stradale della Riviera Ponte dei Romani – Riviera Tito Livio, scorre tra la schiena del Palazzo dell’Università, sulla sinistra, e la libreria Feltrinelli, sulla destra. Potete notare che la libreria ha le finestre quasi all’altezza del marciapiede.
Il Naviglio Interno è stato recuperato, nel medioevo, sistemando un tratto dell’antico Medoacus (Brenta), per consentire alle barche di entrare in centro città.
Abbiamo lasciato il Canale Alicorno alla fine del grande edificio ospedaliero. La sua acqua segue due direzioni:
- la prima verso il bastione san Massimo, esce dalle Gradelle omonime e si immette del Canale Roncajette, ormai lo chiameremo così, ma che è l’antico alveo del Bacchiglione.
- la seconda, con una curva a 90°, gira verso Santa Sofia, raggiunge i Giardini Pubblici e si immette, alle Porte Contarine nel Piovego.
Questo tratto, chiamato Canale Santa Sofia, è stato scavato nel 1223 e tombinato nel 1875 per il passaggio della strada ferrata della tramvia a vapore Padova-Piove di Sacco e Padova Bagnoli di Sopra. Passa quindi sotto un tratto di via Giustiniani [4], sotto via Faloppio e via Jappelli. Nello stesso periodo fu interrato il canale dei Gesuiti con la conseguente demolizione dei mulini. Dal Ponte di Pontecorvo si può notare ancora un’antica ruota dove c’è oggi il ristorante “Boho”.
Ritorniamo ora sul Tronco Maestro.
A monte del Ponte Molino si staccava un breve corso d’acqua, scavato a forma di arco, Si chiamava Canale Bovetta o Boetta dei Carmini o di San Leonardo. Era un manufatto scavato nel periodo tra il 1236 e il 1246 a servizio dei mulini. Il canale stato interrato dopo il 2 ottobre 1894 [5] ufficialmente per motivi igienici. Esiste ancora oggi una corta via che porta quel nome.
Esiste, infine, un altro piccolo canale che collega il Piovego al Bacchiglione, il così detto Taglio di San Massimo realizzato nel 1857. Per non far abbassare il livello dell’acqua del Piovego fu costruito, nel 1870 un Sostegno regolatore (pescaja [6]) di San Massimo. Il Taglio inizia nel punto in cui il Piovego rasenta il Bastione San Massimo o Buovo [7]o Torrione del Portello Vecchio e, attraversando lo sbarramento di regolazione, detta Chiusa di San Massimo, entra nel più grande alveo del Canale Roncajette.
Con la costruzione della pescaja il Canale Roncajette perse definitivamente tutta l’importanza che aveva avuto sino allora per la navigazione fluviale e così anche il Porto del sale. Fino alla metà dell’800 la navigazione da Chioggia a Padova risaliva il Roncajette. Giunte alle Gradelle di San Massimo. Le barche da qui risalivano i canali San Massimo e di Santa Sofia e uscivano alle Grade di Porciglia che si trovavano vicino all’Istituto d’Arte Pietro Selvatico.
Nominiamo, infine il Canale Fossetta, definito anche Scolo, opera idraulica che raccoglie le acque della zona posta tra il Brenta e il centro storico di Padova. Lungo il suo percorso incontra il quartiere San Lazzaro dove si dirama in due: il vecchio ramo passa sotto il Piovego mediante una botte a sifone risalente al 1840, passa nei pressi della Chiesa Ortodossa di San Gregorio e, dopo circa mezzo chilometro confluisce nel Canale Roncajette. Il tratto più recente con funzione di scolmatore, si dirige verso l’idrovora S. Lazzaro per il sollevamento dell’acqua che scarica nel Piovego.
IL CANALE SCARICATORE

(da “Acque di Padova 150 anni del canale Scaricatore” di P. Zanetti pag. 72)

(da “Acque di Padova 150 anni del canale Scaricatore” di P. Zanetti pag. 61)
Le grandi alluvioni che avevano colpito Padova dimostravano che non esisteva un sistema di alvei capaci di smaltire le piene. I vari canali che erano stati scavati nel tempo non avevano risolto il problema e a nulla portarono, nei secoli, altre proposte rimaste pressoché tutte sulla carta.
Negli anni ’20 del 1800 il Governo Austro ungarico affidò uno studio al massimo esperto dell’epoca in materia di idraulica: Vittorio Fossombroni (1754 – 1844) allora Ministro del Granducato di Toscana.
Dopo un lungo periodo di riflessione e di sopralluoghi, consegnò al Governo viennese il suo progetto che non poteva non prendere in esame anche la sistemazione della Brenta, del Bacchiglione e del Fiume Sile che nasceva nel trevigiano, a Vedelago [8].
L’11 ottobre 1842 il disegno di massima fu approvato, ma Fossombroni, vista anche l’età, chiese una collaborazione. Si fece il nome di Pietro Paleocapa (Nese, 11 novembre 1788 – Torino, 13 febbraio 1869) che conosceva il sistema delle acque del Veneto.
Il Piano prevedeva:
- la costruzione di un canale scaricatore delle piene (poi chiamato Canale Scaricatore) che doveva staccarsi dal Bacchiglione al Bassanello, cioè prima che il fiume entrasse in città, e portasse le acque a valle nel Canale Roncajette nella località denominata Cà Nordio, tra Terranegra e Voltabarozzo.
- l’eliminazione delle pescaje costruite sul Roncajette a Ponte san Nicolò e nei pressi della chiesa del paese di Roncajette per il funzionamento dei mulini che frenavano il flusso delle acque;
- la rettifica di numerose anse del Bacchiglione-Roncajette.
Il nuovo canale Scaricatore doveva essere quasi rettilineo, lungo circa 3600 metri, con mt 18 di letto e con una pendenza di 0,4 m/Km.
Per la sua realizzazione doveva essere stanziata una somma notevole per progettisti, materiali, ponti, sostegni, manodopera, espropri ecc. Sarebbe stato necessario liberare terreni da case e casoni con tetti di paglia, edifici colonici. Molti agricoltori, che lavoravano piccoli fondi con contratti di affitto (i proprietari, per lo più, erano nobili, borghesi ed ebrei che vivevano in città), avrebbero dovuto abbandonarli e perdere il lavoro. Un certo numero villici diventarono operai addetti allo scavo e manovali impiegati presso ditte che dovevano realizzare i manufatti (ponti e chiuse), altri andarono a lavorare come braccianti presso altre aziende agricole, altri ancora trovarono dei poderi in affitto o a mezzadria. [9]
Lo Scaricatore avrebbe tagliato in due parti il territorio di del Distretto suburbano di Salboro; Terranegra sarebbe stata staccata dal territorio contermine di Voltabarozzo. Le strade sarebbero state pure tagliate da arginature di contenimento per il superamento delle quali i pedoni e i mezzi carrabili avrebbero dovuto superare lunghe rampe per portarsi sui ponti che sarebbero stati gettati sul canale. Le abitazioni, che sarebbero rimaste sotto gli argini e nelle vicinanze, sarebbero state aggredite dall’umidità che il terreno avrebbe assorbito dal nuovo bacino idrico.

(da Galileo rivista di informazione attualità e cultura degli ingegneri di Padova n. 268 Speciale i canali di Padova p .19)
Il manufatto aveva quindi un forte impatto ambientale e significativi riflessi sulla vita e sulle abitudini della gente, delle famiglie che venivano definitivamente separate da una barriera che avrebbe mutato le abitudini, le consuetudini e gli affetti familiari. Tra i paesi di Terranegra e di Voltabarozzo, per esempio, c’erano antichi e consolidati legami di amicizia, di vicinanza, ma anche parentali che si sono affievoliti e poi definitivamente rotti per la presenza di quel grande manufatto che ostacolava anche le visite delle famiglie che rimanevano al di qua ed al di là degli argini. Il grande ramo degli Schiavon, diffuso in quei due paesi, ma anche il ramo dei Varotto della zona di Salboro, sono venuti a scindersi in breve tempo. Ne risentirono anche i matrimoni che avvenivano tra giovani delle parrocchie poi fisicamente divise. Inoltre, per molti mesi, durante la costruzione del manufatto e delle strutture complementari, gli abitanti hanno dovuto adeguarsi a molto più lunghe e disagevoli strade alternative. I tempi per la costruzione dei ponti al Bassanello, sulla strada di Salboro che portava a Bovolenta (oggi Ponte 4 Martiri) e sulla strada per Piove a Voltabarozzo, sono stati lunghi ed hanno reso difficili le comunicazioni tra la campagna e la città e gravi ostacoli al commercio e quindi all’economia delle comunità coinvolte.
Tuttavia l’opera fu ritenuta necessaria per la salvaguardia della città che nel tempo era venuta a crescere in popolazione, in unità abitative ed in attività artigianali e commerciali. Le alluvioni procuravano enormi danni alle abitazioni, ai depositi, ai magazzini, ai prodotti delle campagne e bloccavano le attività dell’amministrazione comunale. Altresì ne risentivano grandemente i servizi, gli ospedali, la sicurezza e l’esercito. Le alluvioni troncavano per settimane le vie di comunicazione della città con Bologna, Milano, Treviso, Venezia.
I lavori per la realizzazione del Canale scaricatore iniziarono nel 1846 con un spesa iniziale preventivata in Lire 5.540.000.
Era previsto che lo scavo dell’alveo dovesse essere fatto a mano da badilanti e carriolanti in gran parte uomini disoccupati che dovevano accumulare la terra scavata per creare l’alveo sui lati per dar forma agli argini.
Nel 1848, appena due anni dopo l’inizio dei lavori, le opere furono sospese in seguito ai noti moti rivoluzionari. Non era solo una questione di ordine pubblico. Vienna temeva di perdere i territori lombardi e veneti su cui dominava e quindi, se gli eventi si fossero conclusi a sfavore degli austriaci, l’amministrazione imperiale avrebbe subito una grave perdita economica. Per Vienna fare un lavoro costoso in terra italiana per poi lasciarlo ai nemici, non era certamente cosa buona e vantaggiosa.
Dopo due anni, quando si furono calmate le acque, i lavori ripresero.
Nel 1854, mentre procedevano i lavori di scavo fu avviata al Bassanello la costruzione del sostegno sullo Scaricatore, uno sbarramento con paratoie che dovevano regolare l’acqua che dal Bacchiglione si doveva scaricare sul nuovo canale per mantenere un livello adeguato anche nel Tronco comune che entrava in città e nei cavali interni.
Era passato poco tempo che il direttore dei lavori fu incarcerato per 19 mesi per sospetta frode ai danni del Governo, ma poi fu assolto perché senza macchia. Cose che succedevano anche in quei tempi.
Intorno al 1855 fu costruito il Ponte Cavallaro, un manufatto in legno, largo un metro che attraversava il Roncajette qualche centinaio di metri prima che questo Canale si congiungesse con lo Scaricatore [10] Per innestare quest’ultimo manufatto nel Roncajette era necessario tagliare l’argine destro. Da sempre gli argini del Fiume-Canale serviva per il transito. La fenditura diventava un impedimento in particolare per gli animali utilizzati per l’attiraglio delle barche. Con il Ponte Cavallaro si diede la possibilità, non solo alle persone ma anche ad uso dei barcaioli che provenivano dalla laguna, di passare gli animali dall’argine sinistro a quello destro e viceversa quando i natanti lasciavano la città per la laguna.
Il Ponte Cavallaro costruito in legno è stato sostituito per deterioramento del materiale non molti anni dopo con una struttura in ferro. È visibile ancora oggi ma, date le cattive condizioni, il passaggio è interdetto
Nel 1860 venne una grande piena che procurò gravi danni al cantiere e, inevitabilmente, si aprì una discussione sulla bontà delle opere che si stavano erigendo. Tuttavia i lavori continuarono e il 18 ottobre 1863, ultimati i lavori del ponte sostegno dello Scaricatore, dei due ponti in pietra di Salboro e di Voltabarozzo e completato altresì lo scavo, fu immessa l’acqua nel nuovo canale.
Erano trascorsi 17 anni dall’inizio dei lavori e 21 dall’approvazione dei progetti (1842). Tenendo conto dei tempi di gestazione l’opera fu realizzata in circa 30 anni.
Le opere idrauliche, tuttavia, non erano ancora completate per pareri discordi su varie questioni e rimanevano da completare la sistemazione delle scarpate arginali.
Nel 1867, ormai il Veneto non era più sotto il dominio dell’Austria, fu avviata la costruzione del Sostegno Regolatore all’incile del Canale Comune che, come dice il nome, doveva regolare l’afflusso dell’acqua sui canali interni alla città. Fu completato nel 1870.
Nel 1872 iniziarono anche i lavori per il Ponte sostegno all’incile del Canale di Battaglia che fu terminato nel 1874. Esso doveva contribuire alla regolazione delle acque del Bacchiglione. Lo Scaricatore sottraeva troppa acqua ai navigli interni per cui fu progettata la Briglia dei Carmini sul Canale maestro, nei pressi delle Porte Contarine, con lo scopo di mantenere sufficientemente alto il livello dell’acqua. La costruzione fu realizzata nel 1887 ma nel 1919, a causa delle bombe cadute due anni prima vicino alla fondazione, la Briglia, battuta dall’ondata di piena, crollò improvvisamente e le acque dell’Alicorno invasero il Prato della Valle. I danni furono notevoli e misero in evidenza un problema antico. Padova mancava di una rete fognaria [11].
IL CANALE SAN GREGORIO
Ancor prima di completare le opere del progetto Fossombroni-Paleocopa e la realizzazione dei sostegni idraulici, i lavori che sulla carta si stimavano definitivi, dimostrarono la loro inadeguatezza con la disastrosa alluvione del 1882. Venero quindi studiare delle soluzioni per correggere gli errori di un progetto esteso e complesso.
Il primo provvedimento fu quello di portare la Brenta fuori della laguna, di collegarla al Bacchiglione in località Cà Pasqua e di fare uscire le acque miste poco più a sud di Sottomarina di Chioggia [12].
Già prima della guerra l’ingegnere Luigi Gasparini pensò di risolvere il problema delle piene e, se fosse stato possibile, quello della navigazione. Forse sarebbe stato affrontato anche il problema, ormai indifferibile, delle fognature. Pensò di:

(da “Acque di Padova 150 anni del canale Scaricatore” di P. Zanetti pag. 92)
- triplicare l’alveo dello Scaricatore dal Bassanello a Cà Nordio e portare la distanza tra i due cigli interni degli argini alla distanza media di mt. 72;
- spostare a Voltabarozzo il Sostegno regolatore del Bassanello e sul nuovo sostegno costruire una strada (oggi Ponte Sabbionari) che collegasse l’attuale Lungargine Sabbionari con via Ascanio Pediano;
- collegare lo Scaricatore al Piovego per mezzo di un nuovo scavo, il Canale di San Gregorio, pressoché rettilineo, lungo oltre 3 Km con l’incile a Voltabarozzo. Attraversando il territorio di Terranegra il nuovo canale doveva passare a 300 metri più a ovest della Chiesa di San Gaetano Thiene, a ovest della Chiesa di San Gregorio Magno e versare le acque, appunto, nel Canale Piovego che le avrebbe poi consegnate alla Brenta in quel di Stra [13].
- creare un sostegno all’incile del Canale San Gregorio e, per renderlo navigabile, costruire accanto una Conca di navigazione per il transito di imbarcazioni fino a 300 tonnellate.
- demolire i vecchi ponti del Bassanello con il relativo sostegno idraulico, di Salboro e di Voltabarozzo troppo corti per superare la larghezza dei nuovi alvei;
- costruire un nuovo ponte in muratura al Bassanello;
- costruire un ponte di acciaio a Salboro con due corsie di marcia;
- costruire un nuovo ponte in acciaio a Voltabarozzo con due corsie di marcia e affiancato da un ponte, sempre in acciaio, per il transito della “Veneta”, la ferrovia che collegava Padova a Piove di Sacco;
- costruire un ponte a Terranegra, sull’attuale via Salvini, per mantenere il collegamento con l’antica chiesa di San Gaetano Thiene, costruita nel 1674, con il cimitero e con l’argine destro del Canale Roncajette (vedere Appendice);
- gettare un ponte su via Vigonovese che portava a Camin, all’altezza della Chiesa di San Gregorio Magno, della stessa fattura di quello di Terranegra, ma con careggiate più larghe;
- costruire un sifone in cemento armato, lungo mt 84,60 e largo mt 8,75, per by-passare le acque del Roncajette sotto il nuovo Canale San Gregorio. Quel manufatto è conosciuto come “Botte Kofler” dal nome del suo ideatore ingegnere Guido Kofler;
- interrare metà della grande ansa del Canale Roncajette che si trovava all’altezza del costruendo Ponte di San Gregorio. L’opera era necessaria per ridurre la grande tortuosità del Canale e rendere quindi più fluida la circolazione dell’acqua, soprattutto durante le piene. Nelle curve, quando la corrente è particolarmente veloce, l’acqua erode le sponde degli argini favorendo il loro indebolimento.
Quell’intervento, poi, era particolarmente necessario per favorire l’uscita dell’acqua, in direzione rettilinea, dalla Botte Kofler.
L’altra metà dell’alveo dell’ansa, opportunamente corretta, venne utilizzata per far scorrere le acque del Canale Fossetta che, proveniente dall’Arcella, by-passava il Canale Piovego. Le sue acque furono fatte confluire a valle della Botte Kofler nel Canale Roncajette. (Vedi fig. 8).

Fig. 8 – In alto a destra la grande ansa del Canale Roncajette.
La parte tratteggiata sulla sinistra è stata interrata.
A destra, tratteggiato, il percorso del Fossetta.
(da WikWiz, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons – particolare)
L’opera comportò il movimento di circa 870.000 m3 di terra paragonabile al volume di metà di una delle torri gemelle di New York.
I lavori cominciarono il 7 gennaio 1930 con dopo la firma del primo contratto d’appalto (21 dicembre 1929).
I due ponti in calcestruzzo di Terranegra e di San Gregorio furono ultimati nel luglio 1933. Lo sbocco del Canale di San Gregorio nel Piovego avvenne nel 1943, ma il completamento dei manufatti si concluse nel secondo dopoguerra.
I lavori di scavo e riporto terra furono effettuati a mano da operai muniti di badili e carriole che nei contratti furono definiti terrajoli, badilanti, spondini. Per il ristoro degli operai lungo il tracciato vennero posizionate delle baracche dove dei gestori, con licenza comunale, vendevano bevande e probabilmente alimenti primari (pane, formaggio, salame).
Per le fondazioni dei ponti e dei sostegni furono piantati pali di legno appuntiti lunghi poco meno di 5 metri che venivano fatti penetrare nel terreno con semplici macchine battipalo (la Berta) gestite da 16 uomini, che tiravano su magli dal peso anche di 6 quintali. Un uomo, che stava seduto in cima al battipalo, ritmava il lavoro.
C’erano dei canti, delle filastrocche del battipalo. Eccone una:
Isselo in alto eh! eh!
fin al capelo eh! eh!
e poi lasselo eh! eh!
andare abasso eh! eh!
Il Canale San Gregorio dell’ingegnere Luigi Gasparini e l’intero sistema idraulico progettato da Fossombroni-Paleocapa, con l’alluvione del 1966 hanno dimostrato di non essere adeguati per proteggere totalmente la città e buona parte delle Province di Padova e di Venezia. Quell’evento è stato assai disastroso, ma se oggi si dovesse ripetere sarebbe ben più grave perché quell’esteso territorio che fu colpito 58 fa è oggi pieno di strutture e di infrastrutture, anche strategiche per il paese. Una inondazione come quella sommergerebbe, oltre alle abitazioni, la vasta Zona industriale e l’Interporto merci di Padova con i suoi circa 12.000.000 mq di superfice. Se quelle aree, interamente coperte da strade, capannoni industriali, commerciali, macchinari ed uffici, venissero coperte dalle acque, sarebbe un disastro per gli abitanti, i lavoratori e per l’intera economia.
Nel 1966 l’acqua dei principali canali ha rotto gli argini in più punti ed ha invaso i territori oggi densamente abitati, in cui sono presenti importanti attività che assicurano il benessere della popolazione e forniscono risorse notevoli per tutto il Paese.
Anche il Canale San Gregorio, come lo Scaricatore completato 60 anni prima, ha avuto, come è facile immaginare, un notevole impatto ambientale, sociale ed umano che ancora, a distanza di quasi novant’anni, si avverte. Il corso d’acqua, infatti, ha diviso in due parti l’antico territorio di Terranegra che da Pontecorvo si estendeva per circa 900 campi, fino al paese di San Gregorio. Quella barriera artificiale ha indebolito, allentato i legami civili e religiosi dei suoi abitanti.
Una parte di quella popolazione, formata da circa 110 famiglie, è rimasta ad abitare nell’Isola di Terranegra, un bacino di circa 260 campi padovani [14], compreso tra il Roncajette a nord ed a est, lo Scaricatore a sud e il Canale San Gregorio a ovest. Che con la rotta del 1966 si riempì con circa 3.000.000 di m3 d’acqua nel giro di poche ore.
Nell’Isola rimasero l’antica Chiesa di San Gaetano con la Casa canonica e il luogo dove i paesani seppellivano i loro morti. La Scuola elementare comunale è rimasta, invece, a Ponente del canale dove erano meno numerose le case e più estesa la campagna che però, nel giro di qualche decennio, tra il 1960 e il 1975, fu quasi completamente urbanizzata. Potrei dire che il Canale San Gregorio ha avviato l’urbanizzazione di tutta l’area che formava il Guasto [15] di Terranegra.
Nelle terre tra Pontecorvo e l’argine del San Gregorio è sorta la Parrocchia di san Prosdocimo ed i quartieri di San Camillo e di Forcellini. Terranegra, che un tempo era un antico e vasto territorio amministrativo poi diventato sede parrocchiale, è oggi un piccolo quartiere residenziale conosciuto per i suoi valori immobiliari. Quello che lo fa mantenere legato alla storia è il Tempio dell’Internato Ignoto realizzato dal parroco don Giovanni Fortin che, dopo il suo ritorno dal Campo di concentramento di Dachau, volle che la nuova chiesa, consacrata nel 1955, fosse dedicata a ricordo degli Internati morti nei lager tedeschi. Di fronte al Tempio, ai piedi del Canale San Gregorio, sorge il Giardino dei Giusti nel mondo.
Anche per il canale San Gregorio ci sono stati espropri di terreni e demolizioni di case. Da Voltabarozzo a San Gregorio sono state demolite le case degli Schiavon “dei Berti dee scoe” che si trovava vicino all’edificio delle Scuole Comunali, è stata demolite la casa di Vidale Lorenzo conosciuto per Oronso Vidae. Questa si trovava davanti al ponte di Terranegra. E’ stata demolita la casa dei Costa “de Baea” esperti falegnami e infine fu demolita la canonica della Parrocchia di San Gregorio Magno. Questa fu ricostruita a levante del canale nel 1939. Anche la chiesa subì un rifacimento perché la facciata era rivolta a ovest verso l’argine destro. Fu deciso di portarla ad est e di conseguenza fu spostato l’altare maggiore e, nel contempo furono realizzate 3 navate (1940).
CONCLUSIONI
Un contributo per evitare le possibili future alluvioni potrebbe venire dal completamento dell’Idrovia Padova-Venezia da utilizzare come scolmatore delle piene e come idrovia. La costruzione dell’idrovia fu avviata nel 1963 e interrotta nel 1981, quando ormai il 70% dei lavori era già stato completati.
Il canale, una volta completato intersecherebbe la Brenta poco a valle di Stra e procedendo quasi rettilineo in direzione ovest–est, sfocerebbe nella laguna di Venezia nei pressi di Malcontenta.
L’idrovia sarebbe in grado scaricare 350 m3/s.
Gli studi avrebbero dimostrato che per raggiungere la totale sicurezza bisognerebbe smaltire altri 550 m3/s. Ma come?
Una risposta ancora non c’è.
APPENDICE – Il Ponte di Terranegra
Il manufatto in calcestruzzo armato ad una sola campata con il piano di via orizzontale e rettilineo, è un ponte di tipo ad arco “ribassato” [16] la cui corda misura 40 metri. L’impalcato (piano stradale) largo m 5, è sospeso ai due archi mediante 22 tiranti (pendini) pure di cemento armato: 11 a destra ed 11 a sinistra. Gli archi sono poi collegati da travature che li rendono solidali.
La travatura dell’impalcato, che pesa Kg 490.000, è lunga circa m 55 corrispondente alla distanza tra i due argini, ed è solidale con le estremità dei due archi.
Per la fondazione sono stati battuti sul piano campagna 48 pali lunghi 12 metri ciascuno: 24 sul lato destro e 24 su quello sinistro sui quali è stata gettata una platea per renderli solidali. Su questo basamento sono state costruite due strutture in cemento armato (fig. 9 in primo piano si vede quella di destra), che poi furono riempite di terra e infossate negli argini del Canale.

(da xxxxx)
Il lavoro per la costruzione è durato 200 giorni e sono stati impiegati mediamente 25 operai al giorno.
Per la costruzione del manufatto sono stati utilizzati 470 m3 di calcestruzzo e Kg 39.000 di ferro.
Il Ponte, costato L. 300.000, è stato costruito dalla ditta Odorico Odorico di Milano.
Questo modello prende il nome di “ponte ad arco a spinta eliminata” perché trasmette minime o nulle azioni orizzontali. Infatti le teste del ponte non sono state appoggiate sugli argini ma su quelle due solide piattaforme per annullare le tensioni e le forti spinte orizzontali che avrebbero indeboliti in modo irreparabile le arginature e la stabilità del ponte stesso.
L’impalcato è, quindi, sostenuto dai due archi e dai tiranti.
Il Ponte fu previsto per il passaggio di due carriaggi in direzione opposte. Purtroppo oggi è percorso da automobili e altri più ingombranti e pesanti mezzi di trasporto che hanno dimensioni tali da rendere difficoltoso il transito dei mezzi.
Per 85 anni questo ponte ha garantito il legame dell’Isola di Terranegra con il resto del Paese e con la città favorendo gli spostamenti della gente con il loro bestiame e le loro merci. Per quel ponte la gente ha avuto facile accesso ai servizi ospedalieri ed i ragazzini hanno potuto di raggiungere anche da soli la scuola elementare “Fratelli Bandiera” che si trovava al di là del Canale in via Forcellini. Ha così consentito la permanenza degli abitanti dell’Isola di continuare a risiedere nelle loro case ed ha permesso la conservazione del territorio agricolo che aveva conservato l’antico e secolare aspetto.
Sul Ponte, alla fine degli anni ’50, fu posata la conduttura dell’acqua potabile e, negli anni ’70, ne fu fissata un’altra per veicolare il gas per uso domestico e per il riscaldamento.
Negli anni ’80 l’Isola è stata a rischio di scomparire per i rovinosi progetti che prevedevano l’ampliamento, verso Ovest, della vicina Zona industriale [17] che sarebbe dovuta arrivare fino al piede dell’argine destro del Canale San Gregorio e il parziale tombinamento del Fiume Roncajette che divide l’Isola dagli insediamenti industriali.
Negli anni ’80, per favorire il passaggio dei pedoni, vennero fissate ai due lati del Ponte due passerelle in metallo zincato larghe m 1,50 ciascuna che si sporgono sull’acqua.
In quegli stessi anni, per il suo mantenimento, furono eseguiti dei lavori per riparare le criticità dovute alla corrosione del tempo e vennero eseguiti interventi per il consolidamento del piano stradale.
Per i ragazzi del Paese il Ponte è stato anche una grande attrazione. Nei mesi estivi dal piano stradale, ed i più coraggiosi anche dalla sommità delle arcate, si tuffavano nell’acqua con dei voli mozzafiato. Nessun giovane ha perso la vita cadendo ma alcuni, in quel Canale, purtroppo, sono annegati. Le acque del Canale, infatti, sono particolarmente insidiose perché d’estate sono calde in superficie ma possono nascondere in profondità correnti fredde che attanagliano i muscoli provocandone il blocco e, nella maggior parte dei casi, la morte del bagnante.
Nel Canale esistono poi i fontanazzi, profonde buche presenti nel letto del corso d’acqua che generano vortici improvvisi ed imprevedibili che impediscono agli sventurati di riemergere.
Note
[1] In latino il nome era di genere femminile. Vediamo in Dante, Inferno, XV, 4-9:
“Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
temendo ’l fiotto che ’nver lor s’avventa,
fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;
e quali Padoan lungo la Brenta,
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta:
Ancora nel corso della Prima Guerra Mondiale in molti atti, relazioni ecc. il fiume era nominato come “la Brenta”.
[2] Grandi e devastanti alluvioni avvennero nel 1200, nel 1600, nel 1823, nel 1825, 1839. Le alluvioni del 1882, del 1905, nel 1907, nel 1919, del 1926 e l’ultima grande nel 1966 misero in evidenza che il Piano Fossombroni-Paleocapa non funzionava soprattutto per la salvaguardia della città.
[3] https://emanuelemartino.wordpress.com/acqua-e-citta/padova-e-le-sue-acque/il-naviglio-interno-di-padova/
[4] Qui comportò l’abbattimento del Ponte Pidocchioso o Piocchioso che collegava via San Massimo co via Ospedale.
[5] In questo giorno fu deliberata la sua chiusura dal Consiglio Comunale.
[6] La pescaja è una strettoia realizzata in muratura o in legno per deviare parte dell’acqua del fiume per portare energia sulle pale delle ruote dei mulini.
[7] Buovo deve essere il nome del mastro costruttore.
[8] Quel territorio è ricco di risorgive. Il fiume va da ovest verso est e, una volta bagnato Treviso, piega in direzione sud-est verso la Laguna.
[9] Il mezzadro è il contadino che divide i prodotti della terra con il proprietario del fondo e con lui divide anche le spese per gli attrezzi, per i macchinari, per il bottame ecc.
[10] Vicino all’imbocco del ponte, dalla parte dell’Isola di Terranegra, ci sono le case delle famiglie Schiavon “dei Berti del Ponteseo” per distinguerle dai “Berti dee Scoe”, dai “Berti di via Boccaccio” e dai “Berti Bertoni” Nei pressi del ponte, dalla parte di San Gregorio, si trovano le famiglie dei Galiazzo detti “Galiassi del ponteseo”.
[11] Vedi Alessandro Peretti capo dell’Ufficio tecnico comunale. Progetto fogniario 1901-1912
[12] Progetto Lanciani Bocci del 1895
[13] Inizialmente il progetto di Luigi Gasparini prevedeva lo scavo del Canale San Gregorio a Levante delle due chiese. Doveva quindi rasentare il corso del Roncajette. Costruendo invece il canale a Ponente a Terranegra si formò un’isola.
[14] Un campo padovano misura mq 3.862,5726.
[15] Il Guasto, creato tra il 1509 e il 1513, era una spianata che circondava le mura cinquecentesche di Padova lasciata libera da ogni impedimento che potesse ostacolare la vista dei potenziali nemici della città e creare riparo agli assedianti Si estendeva per circa un miglio padovano (circa 1787 mt) dalla cinta muraria e comportò la demolizione di case, chiese, monasteri e alberature e vigneti.


Nell’arco a tutto sesto l’arco è perfettamente semicircolare. (La sua denominazione deriva da sextus, il nome latino del compasso).
In questo caso il centro dell’arco non si trova sul punto in cui comincia l’arco (piano di imposta) ma più in basso.
[17] L’area vincolata a Zona Industriale (ZIP) è stata definita con due Leggi dello Stato n. 158 del 4 febbraio 1958 (Legge Gui-Bettiol) e n. 739 del 1/10/1969, dal Piano Regolatore Generale del Comune di Padova e da alcune Varianti allo stesso P.R.G. Ogni passaggio legislativo e deliberativo ha impattato con forti opposizioni di alcuni partiti di opposizione e dalla popolazione.
In merito vedere anche la Nota [3] del Capitolo intitolato “Isola di Terranegra” e il bel volume “Sessant’anni fa….. Solo una scommessa. La Zona industriale di Padova: da ruralità ad industrializzazione”, scritto e documentato dall’architetto Mario Squizzato e da Paolo Ravazzolo (Ed. Il Prato, 2020).
